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Lo studio dell’italiano nel mondo: chi e perché si impara la lingua di Dante?

Perché si studia l’Italiano? Arte, cultura, musica, enogastronomia: è davvero tutto qui? Come mai la lingua di una Nazione così piccola è importante a livello mondiale, tanto da risultare fra le lingue più insegnate al mondo? Di seguito ecco alcune rilevazioni effettuate dalla scuola di lingue Torre di Babele sui propri studenti, osservazioni confermate e corroborate dai dati tratti da Italiano 2000, De Mauro et al. e dall’Annuario Statistico MAE del Ministero degli Affari Esteri, che confermano come l’interesse per l’Italiano sia non solo crescente, ma anche legato a motivi differenti da quello storico e culturale.

 

Qualche dato sulla lingua italiana ed i corsi di Italiano per stranieri

L’Annuario Statistico del MAE, nella sua versione del 2012, mostra come rispetto al biennio precedente gli Istituti Italiani di Cultura, storico e strategico strumento per la diffusione dell’italiano nel mondo, abbiano organizzato 7.335 corsi di italiano nel mondo per 71.207 iscritti con un aumento rispettivamente del 12.8% e dello 0.6% in confronto al 2010. A questi numeri vanno aggiunti tutti coloro che, facilitati dalla legge 151/73 – legge che ha permesso sia ai giovani emigrati di origine italiana che ai discendenti dei lavoratori italiani emigrati all’estero di vedere facilitate le possibilità di mantenere un legame con la lingua d’origine ricevendo una formazione linguistica in tal senso – hanno scelto di apprendere la Bella Lingua, con corsi erogati dai soggetti più disparati: Istituti Italiani di Cultura, università, scuole di lingua, centri di formazione e Camere di Commercio, scuole statali o private. Ovviamente la frammentarietà di questi enti non facilita la misurazione di coloro che parlano italiano nel mondo, ma una stima piuttosto attendibile risultata dai dati di Italiano 2000 che mostra come l’italiano sia la quarta/quinta lingua più studiata al mondo. Tra l’altro, il progetto Language Rich Europe – Trends in policies and practices for multilingualism in Europe (Ed. Guus Extra, Kutlay Yağmur, Cambridge University Press, 2012) evidenzia come l’italiano sia al quinto posto tra le venti lingue nei giornali più diffusi in 24 capitali Europee – dopo Inglese, Tedesco, Francese e Russo – e sempre al quinto posto fra le lingue più utilizzate per il business sempre nei 24 Paesi Europei coinvolti nel progetto/ricerca. All’ottavo posto, invece, la lingua italiana che si colloca fra le venti lingue più presenti nei servizi pubblici.

 

Chi parla italiano

Ethnologue, che cataloga più di 6700 lingue parlate in circa 228 Paesi nel Mondo, mostra come l’Italiano sia prima lingua non solo, ovviamente, in Italia, ma anche nella Repubblica di San Marino, nello Stato del Vaticano e in Svizzera; tra l’altro la regione Istriana della Croazia e la Slovenia la riconoscono come lingua ufficiale, mentre in Somalia l’italiano è riconosciuta ufficialmente come seconda lingua. L’Italiano è anche molto parlato in Argentina, oltre che in molte aree europee e dell’area balcanica e mediorientale. Da una stima effettuata nel 2012 dall’AIRE (Anagrafe Italiana Residenti all’Estero), erano 4.208.977 i cittadini di origine italiana emigrati all’estero a mantenere  l’utilizzo della lingua italiana, coinvolgendo anche altri cittadini autoctoni.

 

Perché si studia l’Italiano?

In base alla ricerca di Torre di Babele, scuola per imparare la lingua italiana a Roma, la principale motivazione è che l’Italiano è la lingua di uno dei Paesi col patrimonio artistico e culturale più vasti al Mondo. Segue poi l’italiano appreso per motivi di svago nel tempo libero: alcuni ne apprezzano la musicalità (17.5%), altri la imparano per poter parlare con la gente del posto una volta andati in vacanza (18%), altri perché l’Italiano è la lingua del buon mangiare e del buon bere (16%). In seguito, una percentuale minore di persone identifica la conoscenza dell’italiano con quella dei termini relativi al design e alla moda (10%) o al fatto che uno degli antenati sia italiano (5,7%). Seppur riportato da un’unica Scuola di Lingue, lo scenario tratteggiato riflette quello evidenziato da Italiano 2000 che aveva mostrato come, rispetto alle motivazioni “tradizionali” che spingono a imparare l’italiano per motivi legati alla cultura e alla tradizione, ci sia poi lo studio dell’italiano come prima scelta per il tempo libero (32,8%), ma anche per motivi legati al lavoro (nel 22% dei casi). Fra le motivazioni legate alla sfera personale, che interessa circa l’8% del campione, prevale quella legata all’avere un partner italiano, seguita a ruota dall’appartenenza a una famiglia di origine italiana. E’ in base alle osservazioni riportate dalle ricerche condotte che Torre di Babele promuove corsi di lingua italiana a Roma che uniscono i vari aspetti principali rilevati nell’indagine, mettendo a disposizione diverse tipologie di Italian classes per dare modo a chiunque di imparare qualcosa in più sulla Bella Lingua.

 

La Scuola di lingua italiana Torre Di Babele è in attività dal 1984, è riconosciuta dal MIUR e può formare non solo studenti provenienti dalle varie Nazioni del Mondo, ma anche insegnati di Italiano per stranieri. Da 12 anni infatti il centro, oltre ad offrire corsi di italiano sia per principianti che di perfezionamento, ha ottenuto l’accreditamento come centro autorizzato di esame DITALS, la Certificazione che attesta le competenze di chi vuole insegnare italiano a stranieri. Maggiori informazioni sui corsi di italiano per gli stranieri in visita in Italia all’indirizzo web www.torredibabele.com/it/

 

Errori: concordanze a senso e ausiliari

La grammatica italiana è estremamente articolata e complessa da imparare. Imparare ad utilizzarla in maniera corretta evitando eventuali può risultare difficile non soltanto per un parlante di un’altra lingua che si accinga ad apprender la lingua italiana, ma anche per un italofono nativo.

 

La lingua italiana è infatti molto articolata e complessa; essa si basa su una sintassi ed una struttura proveniente dalla lingua latina, notoriamente articolata e avente una struttura difficile da comprendere e apprendere. Ne consegue necessariamente che spesso anche gli italiani ricadano in errori di sintassi e morfologia parlando nella loro stessa lingua.

Uno di questi errori è la “concordanza a senso” o “sillessi”. La concordanza a senso avviene quando il parlante o lo scrivente producono frasi in lingua italiana allontanandosi dalle norme grammaticali che regolano la concordanza tra le parti variabili del discorso, privilegiando elementi che si rifanno al significato della frase, ovvero al suo senso. Ciò avviene quando il verbo, anziché concordare con il complemento partitivo, concorda con il soggetto logico. Per fare un esempio: la frase “Mirella è una di quelle che sa sempre come cavarsela” contiene la concordanza a senso, mentre la corretta lingua italiana prevederebbe di formulare la frase “Mirella è una di quelle che sanno sempre come cavarsela”. Un’altra comune situazione di concordanza a senso si presenta quando vi è un soggetto collettivo che regge il partitivo: la concordanza grammaticale, secondo le regole della corretta lingua italiana, richiederebbe un accordo al singolare; spesso viene commesso l’errore di concordanza a senso che privilegia l’elemento più importante dal punto di vista del significato. Le frasche segue le norme della lingua italiana è, ad esempio “Al matrimonio c’era un centinaio di invitati”, ma spesso di utilizza la concordanza a senso “Al matrimonio c’erano un centinaio di invitati”. Quest’ultimo tipo di concordanza è ormai frequente anche nello scritto giornalistico (“Per il referendum hanno votato il 10,20% degli aventi diritto”).

 

Nella corretta formulazione della lingua italiana pare risultare alquanto ostico anche l’utilizzo dei verbi ausiliari “essere” e “avere”. Tale aspetto della lingua risulta difficile poiché  non esiste una regola che attribuisca ad ogni verbo il suo ausiliare, ne consegue che i casi di incertezza sono frequenti. Tuttavia, la norma ci conferma che si coniugano con l’ausiliare “essere”: tutti i verbi impersonali, i verbi riflessivi, gli intransitivi che indicano un’azione subita dal soggetto ma non volontaria, i verbi transitivi, i verbi transitivi che indicano un’azione volontaria del soggetto. Per riportare degli empi nella lingua italiana dei verbi elencati, indichiamo rispettivamente: “era successo”, “sono risentito”, “sono nato”, “ho scritto”, “ho annuito”. Ahimè tale regola non è sufficiente per assicurare di evitare di compiere errori di lingua, poiché diverse voci verbali si annoverano tra le eccezioni a questa norma.

Fonte: Rilettura, Revisioni e Correzioni di testi, bozze e documenti – TRADUCTA Italy